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male che vada avrò vagabondato tra le stelle!....il blog di ele
DIARI
1 settembre 2011
JMJ Madrid, l'esperienza.

Il Monte Conero e il meraviglioso panorama che si gode dal centro Giovanni Paolo II ci hanno accolto nell’assolata mattina di ferragosto e ci hanno augurato buon viaggio.
In men che non si dica siamo arrivate all’aeroporto di Venezia dove sia io che la Cip siamo state costrette ad imbarcare nella stiva il bagaglio a mano, perché secondo la pignola addetta al check in superava di troppo le dimensioni previste, al costo di 60€ (roba che con la Ryan ci fai due viaggi A/R). Andiamo a pagare il sovrapprezzo e il simpaticone al banco dice alla Cip che se vuole pagare con la carta di credito che non è anche bancomat sono da versare altri 6€….quasi la prendiamo a ridere….QUASI.

Abbiamo riso davvero durante il volo grazie ai figli di due famiglie spagnole che occupavano i posti davanti a noi: due coppie femminuccia-maschietto, da copertina Glamour dopo essere uscita dallo spot del mulino bianco la prima, i fratelli piccoli di Rupert Grint  - l’amico pel di carota di Harry Potter - la seconda.

La piccola rossa doveva aver già compreso l’ingiustizia perché faceva certe facce e smorfie alla biondina…..

L’approccio con l’autista spagnolo incaricato – pensavamo – di portarci al luogo dove avremmo dormito ha riassunto quello che sarebbe stato l’atteggiamento “caldo e accogliente” dei madrileni per tutta la settimana di GMG: poiché non era stato avvisato del cambio di alloggio, una volta informato dalla Cip nel suo perfetto spagnolo, visto che mancavano pochi minuti alla fine del suo turno ha fermato il bus davanti al Santiago Bernabeu – poteva forse andarci peggio – ci ha fatto scendere tutti armi e bagagli e ci ha fatto aspettare che arrivasse un altro autista con un altro pullman. Alla faccia della disponibilità a fare qualche minuto di straordinario….

Nel frattempo è arrivata la mezzanotte del 16 agosto 2011, i miei 31 anni, e proprio davanti allo stadio che ha visto la mia Inter vincere la Champions il 22 maggio 2010, tutti hanno intonato – su invito e proclama della mia sorellina – il primo “Tanti auguri a teeeee, tanti auguri a teeee…..”.

“Me” molto imbarazzata ed emozionata ma contenta per questi auguri speciali davanti ad un luogo speciale.

Dopo qualche minuto è arrivato il pullman che ci ha portato – finalmente – al Collegio San Fernando, ribattezzato poi Collegio “Delirio”/”Lager” San Fernando. Sapevamo da alcuni giorni prima della partenza che avremmo alloggiato in un collegio, e già sapevamo che non avremmo dormito in camere singole con tutti i confort, ma sicuramente non ci aspettavamo di dormire in una palestra, in 500 – si, proprio 500 – che assorbiva il caldo intensissimo e secco della città.

La cosa all’inizio mi ha spaventato, era dai tempi degli scout che non mi trovavo a dovermi adattare a certe condizioni, però poi questo tornare indietro nel tempo ha reso la situazione quasi familiare, conosciuta, ed è diventata occasione di battute e risate, come quando la sera cercavamo in tutti i modi – inutilmente – di tornare “a casa” il più presto possibile per evitare le code per la doccia a cui proprio non si poteva rinunciare.

E non è retorica dire che grazie a queste situazioni ritrovi il senso dell’essenziale, delle cose che diamo per scontate, e riuscire a fare un bidet ti sembra una conquista di immenso valore.

La notte riuscivo a dormire poco: le luci accese, le voci seppur basse e i movimenti di tutte quelle ragazze, le sveglie dei cellulari, una notte ha piovuto e le ragazze che avevamo scelto di dormire fuori per il troppo caldo all’interno della struttura sono rientrate in fretta e furia alle 4 spostando le valigie.

Però l’essere insieme a così tante persone allo stesso tempo ci permetteva di confonderci, e di ritagliarci momenti privati, come le chiacchiere, o la consegna del regalo della Cip festeggiato con biscotti Ringo e Gatorade. Un po’ come mi immagino succeda per le strade newyorkesi, dove puoi vestirti come ti pare, fare quello che ti pare e camminare indisturbato nel flusso inarrestabile intorno a te.

Il primo vero impatto con la GMG è arrivato il martedì mattina, in metropolitana, che prendiamo per arrivare a Plaza Puerta del Sol, in cui i vagoni sono già pieni di “noi”.

In una stradina che da Sol porta a Plaza Mayor accade l’inaspettato. La Cip e Annamaria si avvicinano ad un folto gruppo messicano che ha appena finito un ballo – un bang -  nel bel mezzo della strada, dopo aver parlottato un po’ mi fanno mettere in un punto che in pochi secondi diventa il centro di un cerchio formato da entrambi i nostri gruppi.

Io capisco dove vogliono andare a parare, e tra l’incredulo e il rosso pomodoro ricevo il secondo Happy Birthday, anche questo a dir poco speciale. In quei minuti non so dove guardare, la mia indole timida mi porterebbe a guardare in basso, ma cerco di ringraziare con gli occhi, a gesti, e sorridendo quegli sconosciuti che mi stanno cantando gli auguri, e che alla fine corrono verso di me fingendo di volermi travolgere.

Finisce tutto in pochi minuti, e fortunatamente c’è un video che immortala gli ultimi istanti in modo da conservare il ricordo.

L’atmosfera creatasi non ha conosciuto pause, né di fronte all’Almudena e al Palazzo Reale, né alla Calle d’Alcalà dove ci siamo fermate a seguire la Messa “inaugurale”, né a Plaza Cibeles che abbiamo raggiunto alla fine stremati e spinti da un fiume di persone, così come il giovedì dove tra persone di ogni età e provenienza abbiamo partecipato alla cerimonia di benvenuto al Santo Padre.
Per non parlare del mio luogo del cuore madrileno, Plaza Colon - per tanti la piazza dell’Hard Rock Café - dove potrei rimanere ore e ore a guardare quell’enorme e maestosa bandiera che si lascia muovere dal vento in modo unico e ipnotico.

Da un punto a dir poco strategico di questa stessa piazza abbiamo assistito alla Via Crucis del venerdì, e abbiamo visto passare la papa mobile e Benedetto XVI a un paio di metri da noi. Ovviamente per fare le foto non ho guardato lui e per guardare lui non ho colto l’attimo. In poche parole non ho una foto decente che sia una.

Pazienza…..devo confessare che per quanto questa settimana sia stata bella ed importante, questo Papa non riesce a scaldarmi il cuore, ad emozionarmi come faceva Giovanni Paolo II. E al coro “Esta es la Juventud del Papa” non sono mai riuscita a partecipare appieno come gli altri. Non me ne faccio un cruccio, penso che le cose davvero importanti siano altre.

Invece i vescovi che la mattina del mercoledì, giovedì e venerdì hanno guidato le catechesi sono stati incredibilmente coinvolgenti e sorprendentemente vicini al sentire, ai  linguaggi e al mondo dei giovani.
Il vescovo di Livorno sembrava uscito da un film di Virzì, e l’ho immaginato a chiacchierare di tutto con il mio amato Lorenzo Jovanotti, di cui ha citato una canzone, mentre il suo omologo di Ancona ha la voce profonda da attore shakespeariano, la fisicità imponente che di primo acchito intimorisce, ma riesce come pochi a farsi giovane tra i giovani non perdendo un grammo di carisma.

Del sabato e della domenica trascorsi all’aeroporto Quatro Vientos mi sono rimasti impressi il sole cocente, la litigata col volontario perché il posto nel settore che ci era stato assegnato era occupato, la corsa per sistemarci in un altro, il Bar Arturo, la guerra tragicomica con le persone che passavano incuranti sopra i nostri materassini, la gente che non finiva mai di arrivare, a perdita d’occhio, la doccia dell’idrante, il raffreddore e il mal di gola sempre più forte e la paura di ammalarmi, i giovani ciprioti, inglesi che si erano accampati vicino a noi, il palco bianco e imponente, il cielo sempre più nero e minaccioso, le rassicurazioni e il prepararsi al peggio, l’arrivo del Papa insieme alle prime gocce di pioggia, la prontezza nel coprire gli zaini con i teli e la fretta nel ripararsi noi, il rosario sotto l’acquazzone e il silenzio durante l’adorazione – tra i momenti più intensi – i volontari che non sapevano dove stavano i bagni più vicini, lo spazio vitale per dormire che non c’era, i messaggi dagli altoparlanti nel cuore della notte e la mattina alle 7 che annunciavano che si erano persi 26 bambini e una signora di 83 anni – della serie l’importante è essere giovani dentro – il sole la domenica mattina, l’annuncio della GMG a Rio de Janeiro nel 2013….

L’immagine che mi viene in mente è quella delle strade eleganti, ampie, alberate e luminose della capitale spagnola invase dai colori dei visi e delle bandiere – tante sconosciute – dei giovani del mondo, una processione inarrestabile e vitale, gioiosa, fatta di canti, balli, battiti di mani, sorrisi e saluti spontanei…..il vero miracolo di un evento come questo è qui, secondo me.

La moltitudine di lingue diverse che si incontrano anche per pochi istanti lo fa assomigliare ad una Babele in cui il risultato però non è l’incomunicabilità, ma il suo esatto contrario, perché la lingua è diversa solo in apparenza, nel tempo dello scambio è la stessa: la gioia del condividere, del partecipare, dell’esserci.

Si parla la stessa lingua perché si è lì, e si è lì perché si parla la stessa lingua. Fratellanza, amicizia, gioventù, valori condivisi. Amore.

Ho finito!

Si, alla fine, quello che davvero mi porto a casa è il non essermi mai sentita fuori posto, estranea, o un pesce fuor d’acqua, il non essermi mai posta la domanda ma “che ci faccio qui”, la convinzione che se dovessi tornare indietro lo rifarei, e la conferma che c’è una strada da poter percorrere in modo che questa settimana non sia solo una parentesi.

 

 

 

 

 

 

 


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permalink | inviato da elepuntaallaluna il 1/9/2011 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa
DIARI
1 settembre 2011
JMJ Madrid, la premessa.

Se non scrivo di Madrid e della GMG è come se il ritorno non fosse completo, come se avessi ancora le valigie mezze aperte in camera e roba sporca da mettere a lavare.

Prima però c’è una premessa da fare per contestualizzare il viaggio e l’esperienza.

Non la vacanza, perché la settimana a Madrid tutto è stata meno che una vacanza, anzi, ce ne vorrebbe una per recuperare le forze, possibilmente lontano da questo caldo umido.

Se dovessi descrivere il mio status “religioso” dovrei definirmi “credente, cristiana cattolica, non praticante”. Dal mio addio allo scoutismo una decina di anni fa – avvenuto in maniera brusca e solo recentemente metabolizzato - ho smesso di andare a messa regolarmente ma solo per le feste comandate, ai matrimoni e altre cerimonie, e purtroppo agli anniversari dei miei cari. In queste occasioni non faccio sempre la comunione e non mi confesso dalla cresima, tanto che non ricordo nemmeno più come si fa.

Nei lunghi anni di scoutismo ho vissuto esperienze indimenticabili, ho conosciuto sacerdoti straordinari, ho attraversato anni in cui mi è sembrato(?) di sentire di avere dentro di me una fede viva, in cui mi sentivo parte e proiettata verso qualcosa di più grande, ma per usare il motto della GMG di Madrid, non ho mai sentito di essere “radicata e fondata in Cristo, salda nella fede”.

Grazie alle parole di una mia amica, in questi giorni mi sono messa a pensare se quella sensazione di convinzione e pienezza non derivasse da qualcosa che nasceva davvero dentro di me alimentata dalla fede, quanto piuttosto dalla forza e dalla ricchezza del sentirmi parte di un gruppo, tra persone che condividevano le mie stesse esperienze ed emozioni, che in qualche modo colmavano dei vuoti.

La mia fede non ha radici, nessuno mi ha mai insegnato a pregare, a leggere il Vangelo o la Bibbia, gli anni del catechismo non mi hanno lasciato nulla, non ho avuto una catechista degna di questo nome, il gruppo scout non aveva un vero padre spirituale, e in casa………

In casa, a parte le mie due nonne entrambe “casa e chiesa”, e nonostante gli appassionati racconti di mio padre sulla sua infanzia e adolescenza passate all’oratorio con il mitico Don E., non ho mai visto i miei genitori pregare, e – cosa fondamentale - quando si andava a messa vedevo che i miei genitori non facevano mai la comunione.

Da bambina, alle mie inevitabili e puntuali domande, mi facevo andare bene le evasive giustificazioni del momento, ma un giorno, ormai adolescente, ho trovato da sola la risposta: sono “frutto” del secondo matrimonio di mia madre, che essendo una divorziata risposata non può accedere al sacramento dell’eucarestia.

E’ scattato, forse, un senso di protezione verso una persona che amavo e che sentivo come rifiutata e punita ai miei occhi ingiustamente, come se mi fosse chiesto di schierarmi, ho inconsciamente deciso che se a mia madre non era concesso di comunicarsi, anche per me non doveva essere così importante.

Crescendo poi ho maturato mie opinioni sul mondo e sulla società che hanno contribuito al distacco dalla Chiesa: il riconoscimento delle unioni civili, l’aborto, il mio impegno personale per il referendum sulla fecondazione assistita, il testamento biologico…..

Però ho sempre guardato a chi aveva una fede profonda come a qualcuno che aveva qualcosa in più, che era stato fortunato ad aver ricevuto quel dono e quella possibilità, e nel profondo non ho mai rinunciato, non ho mai pensato che per me fosse preclusa ogni possibilità riprendere un cammino che comunque avevo percorso per alcuni anni della mia adolescenza. Ho continuato a sperare che un’occasione potesse arrivare.

E’ con questa predisposizione che ho accettato con l’invito di mia sorella Cip a partecipare alla GMG, insieme – come ho anche scritto prima di partire – ad una mente libera e pronta ad accogliere tutti gli input che sarebbero arrivati, senza troppe aspettative, senza sovrastrutture e soprattutto senza pregiudizi.

Inoltre, in questo che è un momento cruciale della mia vita, in cui non posso più rimandare l’assunzione di responsabilità e il prendere in mano il timone, sentivo che un’esperienza del genere avrebbe potuto aiutarmi.

Ma sono ancora qui? E’ ora di partire!

 

 


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permalink | inviato da elepuntaallaluna il 1/9/2011 alle 12:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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